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"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 

 
 


I BIOFOTONI: un RICORDO di ANNI
 

A.I.F.E.P - ASSOCIAZIONE BIOTERAPEUTI EUROPEI  

vedi: INFORMAZIONE, CAMPO UNIVERSALE e SOSTANZA - Campi MORFOGENETICI  +  Biofotoni + Biofisica
+ Biofotoni e Bioterapia

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1. I Gurwitsch: la radiazione mitogenetica

Negli anni 20, a Mosca, A.G. Gurwitsch descrive alcuni esperimenti che paiono indicare una sensibile interazione a distanza fra due sistemi viventi.  L' esperimento di base del Gurwitsch: un emettitore, in questo caso una radice di cipolla affacciato ad un ricevitore, il fusto di una seconda cipolla; il Gurwitsch osserva una accelerazione dei processi di moltiplicazione cellulare nel fusto della seconda cipolla risultante dall'esposizione alla radice in oggetto. L'esperimento viene ripetuto con differenti sistemi viventi.
Assume il Gurwitsch che dall'emettitore venga emessa una particolare radiazione, capace di indurre mitosi nelle cellule del ricevitore: appunto la radiazione mitogenetica. Sulla base delle sue numerose osservazioni il Gurwithsch descrisse alcune possibili applicazioni della radiazione mitogenetica e indicò anche possibili sviluppi di carattere terapeutico.
Gurwitsch fece l'ipotesi che l'agente della interazione mitogenetica fosse di natura fisica; una radiazione elettromagnetica, una debole luce, che a mezzo di filtri ottici, venne indicata di banda ultravioletta.
Questa ipotesi richiedeva una conferma fisica: trattandosi di radiazione elettromagnetica, per intenderci un debole flusso di fotoni, materia ben conosciuta dai fisici, appariva interessante rivelare e studiare la radiazione direttamente con mezzi fisici.
Le punte di cipolla e gli altri ingredienti dell'effetto Gurwitsch furono esaminati negli anni '30 da numerosi laboratori con i più svariati strumenti dell'epoca, strumenti capaci di evidenziare la presenza di una debole radiazione ultravioletta; peraltro i risultati furono assai scarsi se non del tutto negativi: in effetti la più parte delle sperimentazioni non diede evidenza di radiazione, mentre alcuni risultati apparivano incerti e discutibili.
Peraltro i Gurwitsch, A.G. Gurwitsch e la moglie L.D. Gurwitsch continuarono la loro sperimentazione; costruirono e diressero una clinica in cui si operavano terapie di varia natura, basate sulla radiazione mitogenetica.
Un compendio delle teorie e della sperimentazione venne pubblicato dalla figlia, Anna Gurwitsch nel 1959 a Jena, per opera dei caratteri Fischer: "Die Mitegenetische Strahlung".
L'esistenza della radiazione mitogenetica rimaneva peraltro non provata da misure fisiche ed anche la possibile evidenza biologica rimase dubbia in quanto in effetti il conteggio della mitosi indotta risultava spesso affetto da grave incertezza statistica.

2. A Milano (I) si mette a punto la rivelazione di singoli fotoni
L'autore di questa nota, negli anni 1950 ebbe l'occasione di poter sperimentare con un nuovo strumento, che allora faceva il suo ingresso nel campo della rivelazione di deboli intensità luminose: il fotomoltiplicatore. 
Il fotomoltiplicatore é costituito da un involucro di vetro entro il quale é vuoto spinto; la testa del tubo é ricoperta da una strato attivo ad alta efficienza fotoelettrica: il fiotto di fotoni che incide su questo fotocatodo produce con buona efficienza un fiotto di elettroni, i quali vengono accelerati e diretti su una serie di elettrodi, i dinodi; nei dinodi si riealizza il processo moltiplicativo degli elettroni; il fiotto iniziale viene così amplificato, la corrente finale, raccolta sull'ultimo elettrodo, l'anodo, é di intensità sufficiente per l'osservazione.
Il fotomoltiplicatore viene utilizzato per intensità luminose deboli, in continuo e anche per fiotti di fotoni. All'uscita del fotomoltiplicatore viene associato un circuito amplificatore e quindi un sistema di rilevazione e di misurazione degli impulsi di corrente.
In quegli anni il fotomoltiplicatore entrava a far parte della strumentazione di base delle misure nucleari: si associa al fotocatodo un cristallo radiolumminescente capace di tradurre in un impulso di luce parte dell'energia che una particella nucleare abbia a cedere alle strutture atomiche del cristallo.
Ad esempio un polvere cristallina di solfuro di zinco, attivato con argento, appare un ottimo rivelatore di particelle alfa di energia al di sopra di qualche MeV, un plastico al terfenile é buon rivelatore di radiazione beta, un monocristallo di ioduro di sodio permette di ottenere righe spettrali corrispondenti all'energia dalla radiazione gamma.
Utilizzando un sistema di amplificazione sufficientemente elevato, l'autore in collaborazione con Laura Colli e Angelo Rossi, riusciva a mettere in evidenza e conteggiare impulsi prodotti da singoli fotoni. 
Una debole intensità luminosa dà infatti luogo all'emissione di singoli fotoelettroni dal fotocatodo, separati nel tempo e rivelati singolarmente all'anodo del fotomoltiplicatore.
Questa sperimentazione richiedeva il superamento di due difficoltà:

  • il numero di impulsi rivelabili deve essere superiore al rumore di fondo dell'apparecchio; il fotomoltiplicatore, posto al buio assoluto, dà luogo ad un certo numero di impulsi dovuti all'emissione spontanea di elettroni da fotocatodo, questi elettroni, legati all'agitazione termica, si presentano come impulsi singoli; la riduzione del numero di tali impulsi potrà essere ottenuta raffreddando il fototubo ed in particolare il fotocatodo stesso.

  • gli impulsi dovuti a singoli fotoelettroni sono di ampiezza assai modesta; occorre una buona amplificazione per rivelare questi impulsi al di sopra dal fondo della catena elettronica.

Entrambe queste difficoltà furono superate e fu approntato un sistema capace di rivelare e registrare deboli intensità luminose, corrispondenti a pochi fotoni per secondo.

3. prime indagini:
La "luce di Gurwitsch" non si vede. Essendo a conoscenza della sperimentazione del Gurwitsch, l'autore esaminò la possibilità che, a mezzo del fotomoltiplicatore, fosse possibile avere una qualche conferma delle ipotesi del Gurwitsch.
Si studiarono diversi sistemi viventi, fra quelli proposti dal biologo russo, ma non si osservò alcuna emissione di fotoni almeno nei limiti di sensibilità del sistema di osservazione.
Venne anche successivamente provato un fotomoltiplicatore con involucro di quarzo, sensibile alla luce ultravioletta, ma anche ora con esito negativo.
O la "luce di Gurwitsch" aveva intensità ancora più debole dei limiti di sensibilità dello strumento messo a punto a Milano o la "luce di Gurwitsch", se pur esisteva, non era composta di fotoni.
In quell'epoca intercorse una certa corrispondenza con la figlia dei Gurwitsch che era succeduta al padre ed era direttore dell'Istituto di Mosca: Anna Gurwitsch ci chiedeva una qualche prova fisica dell'esistenza della radiazione mitogenetica, prova che peraltro il nostro gruppo non seppe trovare. La sperimentazione venne estesa ad altri sistemi alla ricerca di deboli intensità luminose.
Fu osservato ad esempio come un blocchetto di plexiglas, irraggiato per qualche ora con raggi gamma, diveniva emettitore di debole flusso di fotoni, flusso che si riduceva nel tempo fino a scomparire nel volgere di qualche decina di ore: un effetto di luminescenza ritardante indotta dalla radiazione gamma.
Si osservò anche come foglie verdi di varia provenienza, se illuminate dalla luce solare, divenivano a loro volta sorgenti di una debole luminescenza, di breve durata.

4. I biofotoni
Nel seguito continuando la sperimentazione su possibili sorgenti luminose di debole intensità, si ottennero risultati interessanti: i semi germinanti di alcuni cereali e di alcune leguminose, nella fase iniziale della germinazione, prima cioé che la crescita della piantina fosse affidata ai processi clorofilliani, la fase buia per intenderci, erano emettitori di una debole luce nella banda del giallo-rosso. 
Questa debole luce veniva rivelata da impulsi di singoli fotoni, chiaramente osservabili dal sistema di misura messo a punto nel nostro laboratorio: conteggi numerosi ben al di sopra del conteggio di fondo.
L'esperimento condotto per alcuni mesi, anche modificandosi le condizioni operative, apparve di grande riproducibilità e di buona precisione; la luce appariva aumentare con il crescere delle piantine; qualora tuttavia le piantine venivano esposte alla luce solare ed appariva il colore verde dovuto alla formazione della clorifilla, i biofotoni non venivano più osservati.
La sperimentazione fu condotta con differente semi di cereali: frumento, mais, riso, e di leguminose: fagioli, lenticchie, ceci, evidenziandosi in ogni caso l'emissione dei fotoni; campioni di semi di altre piante peraltro non fornirono alcuna emissione di luce.
Mediante l'uso di filtri si poté indicare come la luce era prodotta nella banda del giallo rosso.
Si associarono al gruppo alcuni colleghi (x): Mario Orsenigo oggi professore di botanica all'Università di Milano, Guido Guidotti oggi professore di patologia all'Università di Parma ed un biochimico, Osvaldo Sommariva. 
La sperimentazione si articolava studiando sia piantine integre, ma anche danneggiando le piantine stesse: di fatto rompendo le piantine in più punti l'intensità dei biofotoni aumentava sensibilmente, probabilmente per il maggior contatto fra l'ossigeno dell'aria e i fluidi della pianta.
Si studiarono anche le emissioni di fotoni da estratti liquidi ottenuti spremendo le piantine germinanti.
In questo caso la luce appariva assai intensa ma di intensità decrescente con il tempo; d'altra parte rimescolando il liquido si ottenevano intensi fiotti di luce, indicandosi anche in questo caso come il contatto diretto con l'ossigeno dell'aria aveva a produrre una brusca crescita dell'intensità della luce biologica; un risultato similare si ottenne immettendo nell'estratto qualche goccia di perossido di idrogeno.
La nostra ricerca per vari motivi, fra cui la mancanza di un concreto supporto, non andò oltre questi risultati ed il gruppo si sciolse.
La nostra storia finisce qui; possiamo osservare ed é ben noto come molti organismi biologici, abbiano ad emettere luce: basti pensare alle lucciole, ai batteri illuminescenti. Non era tuttavia nota l'emissione di così esigue luminosità da parte di semi germinanti, nella fase oscura, prima che i processi clorofilliani abbiano ad intervenire.

Recentemente numerosi ricercatori si dedicano ai biofotoni
Per molti anni la tematica dei fotoni emessi dai semi germinanti venne trascurata, fino a quando negli anni '80 alcuni gruppi di ricercatori, in Germania ed in Unione Sovietica non ebbero a ripetere gli esperimenti milanesi. Fisici e biologici presero a studiare con impegno la luce biologica dei semi, mettendo in campo mezzi e persone e i lavori del gruppo che fa capo a Fritz-Albert Popp 
I risultati delle ricerche di Popp sono raccolti in volume.
Nel gruppo degli sperimentatori russi ritroviamo Anna Gurwitsch.
Ricerche sui biofotoni sono condotte anche in Giappone.
In questi ultimi anni numerosi lavori sono prodotti anche da ricercatori italiani, a Roma, gruppo di Nicola Rosato; a Catania da A. Triglia, F. Grasso, F. Musumeci e collaboratori.
Lo studio della luce biologica prende corpo, se ne approfondiscono ed estendono le proprietà, si definisce il comportamento dell'emissione luminosa di semi di differente specie, in differenti condizioni ambientali; viene studiata la dipendenza dell'emissione dalla temperatura. 
La dipendenza dal vigore vegetativo della piantina stessa. Guido Motolese a Milano mette a punto un luminometro automatizzato di grande sensibilità con il quale si possa studiare in dettaglio l'emissione della debole luce biologica sia essa diretta che susseguente ad un determinato stimolo fisico.
L'esistenza della luce biologica é ormai generalmente accettata, ma non tutti sono d'accordo sulla sua origine e quindi sul ruolo da attribuire a queste emissioni.
Esiste infatti una linea di pensiero secondo la quale questa radiazione ha un ruolo cruciale nella regolazione e nel controllo dello sviluppo dei semi in oggetto ed é quindi intrinsecamente coerente. Tale coerenza si rifletterebbe sia nelle statistiche di conteggio della radiazione spontanea che nella cinetica di decadimento di quella stimolata.
Una linea di pensiero contrapposta asserisce invece che tale radiazione é un mero prodotto dei decadimenti di livelli elettronici eccitati e priva di alcuna relazione con gli aspetti funzionali del sistema biologico.
Appare quindi importante esaminare le connessioni esistenti fra la radiazione e lo stato dei sistemi biologici. Una ricerca condotta a Catania sull'emissione di luce da parte di semi integri e di semi danneggiati (posti a temperature elevate per un certo tempo) ha permesso di mostrare come semi di soia avessero a rispondere differentemente nei due casi.
Risulta evidente una correlazione inversa fra i due parametri mostrandosi così una rilevanza del processo luminoso con i fattori di crescita della piantina.
Notiamo infine come il gruppo di Catania abbia esteso la sperimentazione a tessuti animali ed umani, utilizzando un sistema di rivelazione assai sensibile, con fotocatodo raffreddato e con basso rumore di fondo.

By Prof. Ugo Facchini - Tratto da AIFEP

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BIOTERAPIA: CONFINE e FRONTIERA della SCIENZA
Dr. Pietro M. BOSELLI

1) BIOTERAPIA: un argomento di ricerca scientifica ?
Tra i tanti temi che oggi rappresentano il limite e la frontiera della scienza vi è quello che, con recente proprietà di linguaggio, viene definito con il termine di bioterapia.  Chiari sono i significati di limite e di frontiera: la bioterapia è uno degli avamposti scientifici sui quali molte domande restano ancora senza risposta.

Due sono i punti di partenza:

La bioterapia appartiene alla scienza in quanto fenomeno indagabile, quindi va studiata con metodo scientifico

Ogni sperimentazione deve essere pensata, programmata, pianificata e condotta a termine secondo i corretti criteri d'un protocollo il quale, basandosi su una aprioristica ipotesi zero, deve sia indicarne le precise finalità, sia analizzarne i risultati per stabilire analiticamente, tra le variabili, tutte le possibili correlazioni. Affinché sia effettivamente corretto, il protocollo non solo deve condurre alla conferma o alla smentita dell'ipotesi zero, ma anche alla smentita od alla conferma del suo contrario.

La bioterapia esiste da secoli, è un fenomeno praticato che ha dato, e tuttora dà, risultati evidenti.

Sarebbe tuttavia inutile imboccare la via del metodo scientifico nel caso in cui il tema della ricerca risultasse una pura fantasia. La bioterapia, che nel corso dei secoli è stata praticata in differenti forme ed è stata di volta in volta definita con termini diversi, impropri e parziali, rappresenta un dato di fatto sperimentato e tuttora sperimentabile. Essa può costituire un aiuto valido, a volte determinante, alla medicina ufficiale, universalmente riconosciuta.

2) BIOTERAPIA: una branca della medicina ?
Quale definizione si può dare della bioterapia ? Dapprima occorre fare un passo indietro per rispondere ad altre domande e chiarire quali significati debbano essere attribuiti convenzionalmente alle parole che stiamo per usare. Per terapia in genere intendiamo una modalità di cura contro uno stato morboso o malattia. Una terapia può essere specifica, quando la cura è diretta alle cause della malattia, oppure sintomatologica, quando non agisce sulle cause ma su alcuni o su tutti i sintomi. Se si escludono i trattamenti chirurgici, che quasi sempre hanno carattere d'estremo rimedio o d'urgenza, ed i trattamenti sostitutivi, che suppliscono alle carenze ed alle inefficienze funzionali di alcuni organi vitali, l’approccio farmacologico ha acquisito grande rilievo soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. E poiché, a seconda dei casi, può essere preventivo, specifico, sintomatologico, esso ha conquistato un ruolo decisivo ed insostituibile che ben difficilmente potrà tramontare.

Così come la chirurgia è strettamente legata al progresso delle nuove metodiche ed agli strumenti più adatti all'intervento e la terapia sostitutiva alla continua evoluzione degli organi artificiali e delle tecnologie di applicazione, la farmacologica è una terapia connessa allo sviluppo della chimica, perché si basa sull'azione che alcune strutture chimiche, sintetiche o estrattive, esercitano e/o manifestano una volta entrate in contatto con l'organismo vivente. Mentre nelle prime due terapie citate prevale l'aspetto cruento sul malato ed un certo carattere d'irreversibilità dell'esito positivo o negativo comunque ottenuto (che peraltro può essere modificato soltanto mediante un nuovo intervento), la terapia farmacologica non comporta l'irreversibilità degli effetti (basta infatti sospendere la somministrazione), ma il rischio degli effetti collaterali, che a priori non possono essere completamente conosciuti nella loro qualità, quantità e persino nei tempi d'insorgenza e di durata.
A tale proposito vale solo il dato statistico rilevato su un significativo campione, sul quale il farmaco è stato sperimentato ed anche quello, sempre più veritiero, di una casistica aggiornata relativa agli utilizzatori del farmaco a livello mondiale.

Esistono terapie di natura fisica, utilizzate principalmente nella riabilitazione motoria, che si basano sull'esercizio attivo (es. ginnastica) o passivo (es. massaggi, irradiazioni ecc.) del paziente all'uso di determinate parti del corpo con o senza l'aiuto di strumenti.

La psicoterapia invece cura i disturbi psichici utilizzando procedure che si fondano sull'interazione tra il terapeuta ed il paziente. Contrariamente alle terapie precedentemente descritte, per le quali il mezzo terapeutico costituisce il vero tramite tra terapeuta e paziente, nella psicoterapia il vero tramite è l'interazione stessa tra i due.

Esistono altre terapie che difficilmente possono essere ricondotte ad un tipo puro di appartenenza. Già la loro natura può risultare complessa o le modalità, se non del tutto approfondite, essere mediate da altre diverse terapie. Inoltre l'influenza della medicina orientale (presupposti teorici e tradizione) e l'attuale livello di conoscenza dei fenomeni psichici hanno accresciuto la consapevolezza che il legame tra psiche e soma sia fondamentale ed imprescindibile ai fini del mantenimento dello stato di salute. Per la qual cosa risulta sempre più arduo, oltre che artificioso, stabilire netti confini (tra la natura e/o le diverse modalità delle terapie) che abbiano un reale significato. Una classificazione, comunque utile e necessaria, va tentata tenendo presente che possiede soltanto un valore convenzionale per scopi analitici.

Possiamo ora definire la bioterapia come quel metodo di cura esclusivamente naturale che trae origine dalle interrelazioni tra gli esseri viventi (in quanto tali, capaci di produrre energia radiante), le quali possono produrre effetti benefici evidenti e significativi, senza l'ausilio di altri strumenti.
La bioterapia, nell'accezione aggiornata del termine, non prevede infatti:

  • alcuna somministrazione di farmaci o di altre sostanze xenobiotiche, naturali o sintetiche

  • alcun intervento di natura fisica sul paziente come massaggi, pressioni, punture con aghi, stimolazioni sturumentali, irradiazioni con onde di varia natura ed energia prodotte da macchine generatric

  • alcuna interazione diretta tra terapeuta e paziente.


La definizione stessa, quindi, esclude che si instauri un equivoco tra la bioterapia e la farmaco terapia, la fisioterapia, la psicoterapia. Ciò, tra l'altro, non vieta ai terapeuti di ricercare il massimo beneficio possibile nel paziente servendosi di un metodo mediato con i diversi contributi d'altre terapie o, meglio, ricercando collaborazioni e sinergie con altri terapeuti, esperti in tutti quei trattamenti che, per validi motivi, siano ritenuti necessari dal medico curante.
Il problema diventa etico. E la sua soluzione deve essere trovata in limiti rigorosi, dettati da una parte dall'assoluta ricerca i ciò che è bene per il paziente e dall'altra dalla preparazione, dalla competenza e dal corretto uso del metodo da parte del terapeuta.

3) BIOTERAPIA: principi, metodi, effetti.
Se vogliamo tentare una classificazione, dobbiamo collocare la bioterapia tra i metodi di cura di tipo fisico. Ma tale sistemazione è approssimativa perché, mentre nelle terapie fisiche in genere l'energia fornita al paziente ha origine strumentale, nella bioterapia l'energia ha origine biologica.
Inoltre non è tanto importante l'energia fornita al paziente quanto quella che il paziente stesso è in grado d'assorbire e di utilizzare per il miglioramento o per la remissione.
Questa considerazione può fornire indizi sui motivi di molti insuccessi delle terapie fisiche soprattutto radianti. Per ottenere un miglioramento o la guarigione, non basta fornire una determinata energia ad un paziente, neppure se mirata ad un particolare bersaglio, perché un qualsiasi effetto biologico può ottenersi soltanto a patto che il paziente sia in grado non solo di assorbirla, ma di non disperderla e di utilizzarla. L'utilizzo "proprio" dell'energia costituisce il fattore favorente il ripristino delle funzionalità cellulare, tessutale, organica.
In ogni sistema che, come l'essere vivente, obbedisce ai principi della termodinamica, ad una diminuzione della capacità di produrre lavoro corrisponde uno stato di maggior entropia. E perché possa tornare ad un livello di maggiore organizzazione (di minor entropia), il sistema dovrà ricevere energia, per contrastare e risalire, almeno parzialmente, il percorso spontaneo del decadimento.
Nel vivente tale fornitura d'energia costituisce la condizione necessaria ma non sufficiente. Infatti se, per assurdo, essa fosse davvero sufficiente, basterebbe fornire una determinata quantità di energia, sotto una qualsiasi forma, per ottenere la guarigione del malato.
Tutto ciò non accade.
Una delle ipotesi può essere quella che la bioterapia metta in gioco il trasferimento e/o la ridistribuzione solo di quell'energia che il paziente sia in grado di utilizzare: l'esperienza ha fin qui escluso tanto il rischio derivante da un eventuale sovradosaggio quanto il rischio dell'insorgere d'effetti collaterali, derivanti dal surplus d'energia assorbita ma dissipata all’interno dell'organismo, perché non utilizzata.

L'energia biologica non è un'energia qualsiasi. Le terapie farmacologiche sostitutive, ad esempio, pur fornendo al paziente le stesse molecole che l'organismo sintetizza nel suo specifico ciclo metabolico, non si dimostrano del tutto equivalenti e non si mantengono altrettanto efficaci nel tempo, agli stessi dosaggi fisiologici. La bioenergia non ha origine esterna al vivente , ma interna ed è il risultato osservabile di un meccanismo che si è andato perfezionando e sul quale l'essere vivente trae ogni spunto vitale.
Se confrontata con le energie esterne, fornite al vivente in modo discontinuo, la bioenergia appare come un'energia debole fornita però con continuità.
Essa origina dai processi biochimici e biofisici ed ancora attraverso processi biochimici e biofisici viene utilizzata per instaurare equilibri che il vivente regola e, a volte, retro regola, attraverso sistemi di controllo fine. Il divenire della vita è straordinario proprio perché precario, assolutamente improbabile. L'equilibrio complessivo è dato dalla composizione di infiniti stati di equilibrio parziale. Ma questi piccoli e modestissimi contributi e le innumerevoli reazioni, che singolarmente possono sembrare trascurabili e insignificanti, conducono ad un risultato finale che è, nel suo insieme, così consistente da rendere appunto possibile la vita.
Su tale base, se con la bioterapia è possibile influenzare o stimolare un processo mirante ad un riequilibrio nel paziente e se la quota d'energia messa in gioco è maggiormente condizionata dallo stato del paziente che non da quello del terapeuta, un miglioramento potrà ottenersi gradualmente ed autonomamente quindi anche a distanza di tempo dal trattamento.
Questa non è un'affermazione gratuita. E' invece un'ipotesi suffragata dalla sperimentazione. L'indagine scientifica dovrà accertarne o meno la veridicità.

L'organismo vivente è capace d'instaurare equilibri squilibrati (impossibili spontaneamente) che vengono mantenuti nel tempo e sui quali, ad esempio, alcune strutture cellulari esercitano la propria funzione di trasporto nei confronti di determinate sostanze. Ciascun equilibrio parziale contribuisce al raggiungimento di un equilibrio più generale definito allo stato stazionario, cioè a quello stato a partire dal quale l'equilibrio rimane stabile. Se volessimo tradurre il concetto dinamico degli equilibri in un'immagine, forse non del tutto adeguata ma sicuramente più comprensibile, potremmo pensare ad un sistema di bilancio tra entrata ed uscita, come quello d'una vasca nella quale entra ed esce l'acqua regolata da due diverse costanti di velocità. Gli equilibri singoli sono determinati negli istanti, che si succedono gli uni agli altri, nei quali il flusso di entrata e quello d'uscita variano non solo nel tempo ma anche tra loro.
L'equilibrio allo stato stazionario, nonostante i valori diversi dei flussi porta ad ottenere nella vasca un livello costante d'acqua.
Così potremmo avere vasche allo stato stazionario, ciascuna attestata su valori differenti del livello d'acqua. La vita, dunque, si caratterizza non tanto per i processi passivi e spontanei che obbediscono alle grandi leggi chimico-fisiche, ma soprattutto per i processi attivi che necessitano di energia, utilizzata ancora seguendo le stesse leggi, ma la cui natura deriva dalla prerogativa del vivere che solo l'essere vivente ha.

Come è possibile l'interrelazione tra esseri viventi sulla base della bioenergia debole ?
E' ormai accertato che gli organismi viventi, vegetali inclusi, emettano quote di bioenergia sotto forma radiante, prevalentemente dalle estremità  Una componente, quella termica, risulta peraltro evidente.  L'altra componente fondamentale scaturisce dal complesso dei fenomeni biologici a carattere elettrico ed insieme magnetico.  Vale la simmetria tra elettricità e magnetismo: le cariche elettriche in movimento (correnti) generano un campo magnetico così come i fenomeni magnetici producono correnti elettriche.  In natura, gli effetti magnetici sono di gran lunga più importanti perché quelli elettrici, dovuti all'esistenza di cariche di segno opposto, sono trascurabili in virtù della rigorosa parità tra il numero delle cariche positive e quello delle negative (ovvero la sommatoria delle cariche è sempre nulla).
In realtà ogni fenomeno deriva dagli effetti delle correnti elettroniche degli atomi pur risultando, questi ultimi, assolutamente neutri.
Sia le variazioni dei flussi delle cariche (variazioni di correnti) sia le variazioni del campo elettrico nel tempo determinano la formazione di un campo magnetico anch'esso variabile.
L'essere vivente è dunque naturalmente dotato di un proprio campo magnetico in grado di perturbare e di essere perturbato, qualora fosse posto nella condizione di una vicinanza tale da interferire con altri campi.  Ogni variazione del campo, indotta dalla interrelazione tra i due soggetti, si traduce in una variazione d'energia debole, o meglio in una differente ridistribuzione di questa. A queste differenze d'energia corrisponderebbe una emissione di biofotoni.

Da quanto fin qui riferito, si può affermare che due siano le principali linee metodologiche sulle quali la bioterapia si rende praticabile:

Metodica di scambio.

Consiste in un sistema di scambio tra il terapeuta, che ha le funzioni di donatore, ed il paziente, che ha le funzioni di accettore. La metodica si basa sulla proprietà naturale, perciò comune, della bioemissione  che ,tuttavia, nel terapeuta è più alta che nel paziente, cosi che l'equilibrio venga raggiunto con un trasferimento d'energia a senso unico, dal donatore all'accettore. Un esempio tipico di questa metodica può essere fornito da un terapeuta nella bioemissione del quale sia prevalente la componente termica.

Metodica di modulazione.

In questo caso non si verifica un trasferimento dal donatore all'accettore. L'energia, che scaturisce dall'interazione dei campi biomagnetici, viene spontaneamente ridistribuita andando a colmare le deficienze.

La condizione indispensabile che garantisce la validità di entrambe le metodiche è data dall'analisi del livello delle bioemissioni. In altre parole, al di là della qualità, cioè del fatto che prevalga una componente piuttosto che un'altra, il bioterapeuta può esercitare solo se possiede un livello naturale di bioemissione superiore al livello normale, in quanto questo indica anche un migliore stato energetico.  Soltanto così la metodica di scambio è possibile e quella di modulazione, in ogni caso possibile, può essere utilizzata dal paziente.

Dal punto di vista pratico, il trattamento bioterapico avviene mediante l'apposizione delle mani del terapeuta (va ricordata la bioemissione ottimale delle estremità) sulla superficie corporea del paziente.
La distanza delle mani dalla superficie corporea, che può variare da una decina di centimetri a zero (leggero contatto) dipende oltre che dalle condizioni energetiche del terapeuta, dalla metodica bioterapica adottata e dalle opportune considerazioni più generali (fatte dal medico curante), aventi lo scopo, inoltre, di consigliare un trattamento generalizzato o, viceversa, mirato.
Altre caratteristiche delle metodiche bioterapiche (come la mobilità o la staticità; la distensione o la compattezza; la posizione, la forma, il reciproco rapporto che le mani devono avere; il tempo di applicazione alle zone e la frequenza dei trattamenti, la postura del paziente, ...) dipendono, oltre che dalle necessità del paziente, dalla preparazione scientifica, dall'impostazione culturale e dalla esperienza del terapeuta.
A tale proposito bisogna dire che non sempre l'esperienza deve essere ritenuta valida a qualsiasi costo. Quella più vera non è acritica e risponde ai requisiti del rigore delle osservazioni, alla obiettività delle annotazioni scritte circa gli esiti ottenuti (casistica).

Quali effetti si sono avuti fino ad oggi sotto il profilo clinico ?
La casistica riferisce complessivamente una serie di effetti positivi, dal miglioramento fino alla normalizzazione ed alla remissione, correlati soprattutto all'azione di stimolazione del sistema immunitario, alla normalizzazione degli squilibri endocrini, all'azione antiflogistica e a quella analgesica.  Sono stati osservati incrementi significativi della frazione monocito-macrofagica, dei componenti basofili e degli eosinofili del sangue periferico, sull'animale sottoposto a trattamento bioterapico.
Con trattamenti prolungati, su pazienti affetti dal morbo di Basedow (ipertiroidismo) si sono avuti miglioramenti mentre nei casi di ipotiroidismo si sono ottenute anche delle complete normalizzazioni.
Nella insufficienza corticosurrenalica primitiva cronica (morbo di Addison) e nell'iperfunzione surrenalica (nella sindrome di Cushing), i miglioramenti incostanti ottenuti diventavano più apprezzabili e costanti quando la bioterapia veniva praticata a supporto della terapia tradizionale.
Il trattamento bioterapeutico portava spesso alla guarigione, verificata attraverso controlli ecotomografici, nella mastopatia fibrocistica, nelle neoformazioni mammarie benigne, nelle affezioni cistiche alle ovaie (escluse quelle che implicavano l'intervento chirurgico). Nei fibromi dell'utero, la bioterapia dava risultati variabili tra un rallentamento dello sviluppo ed una completa regressione.
Nei disturbi del ciclo mestruale, i miglioramenti ottenuti si accompagnavano ad una normalizzazione dei valori degli ormoni ipofisari ed ovarici.
Nell'adenoma della prostata, buoni i risultati. Migliori quando la bioterapia era di supporto alla terapia tradizionale.
Modesti i risultati nella patologia dell'ipotalamo. Insufficienti nei casi di diabete.
La bioterapia ha dato ottimi esiti (dal miglioramento del quadro sintomatologico con la scomparsa del dolore, al recupero del quadro funzionale) nelle artrosi a carico della colonna vertebrale e delle articolazioni; nell'idrarto; nella fibromiosite.
Sono stati osservati effetti antisettici e batteriostatici.
Un particolare rilievo merita l'effetto antidolorifico dovuto alla bioterapia. E' stato osservato che il trattamento bioterapico, nella grande maggioranza dei casi, porta alla scomparsa del dolore. Notevoli ed incoraggianti esiti sono stati ottenuti in tal senso sui malati terminali.
Anche se, ovviamente, la casistica dovrà essere arricchita, già oggi si deve affermare che la bioterapia non costituisce una soluzione per tutti i mali. Se nessun effetto sembra avere sulle malattie d'origine allergica, altrettanto inefficace si è dimostrata sulle neoplasie maligne.
Anche in questi casi, tuttavia, essa può essere considerata come adiuvante delle terapie chirurgica e/o chemioterapica e/o radiante, ottenendo comunque effetti antialgici, antiinfiammatori e neuromiotonici.

Quali i possibili meccanismi d'azione ?
A questo proposito poco è stato fatto, proprio a causa del mancato interesse fino ad oggi mostrato. Ciononostante incominciano ad essere cospicui i lavori pubblicati che riferiscono i risultati di esperimenti condotti in-vitro ed in-vivo.

* Dato che il sistema monocito-macrofagico ha un ruolo di modulazione delle funzioni dei linfociti (B e T) e dei granulociti, un effetto anche locale, prodotto su questo sistema, può interagire nella formazione d'una risposta immunitaria e/o antiinfiammatoria. In particolare, un incremento dei monociti nel sangue periferico, verificato negli animali sottoposti a bioterapia, provoca un aumento della risposta dei linfociti agli stimoli aspecifici, mantiene o potenzia l'attività antibatterica e fungicida, stimola la secrezione d'interferone.

* Sull'uomo, va dimostrato che la bioterapia possa stimolare l'attività immunopoietica del midollo delle ossa lunghe e del timo. Se così fosse sarebbe forse più semplice spiegare alcuni positivi risultati clinici ottenuti col trattamento bioterapico di alcuni squilibri endocrini. E' noto infatti come alcune malattie di natura endocrina siano accompagnate da alterazioni linfocitarie e viceversa.

* Non è ancora possibile formulare alcuna ipotesi circa un probabile meccanismo secondo il quale la bioterapia possa arrestare i processi flogistici e ripararne le eventuali concomitanze (ad esempio il riassorbimento degli edemi). In talune circostanze, quando l'infiammazione causa una sintomatologia dolorosa, quest'ultima regredisce di pari passo con il regredire della flogosi.

* Al contrario, è possibile formulare un'ipotesi circa uno dei meccanismi con cui la bioterapia manifesta un effetto analgesico. E' noto che l'organismo produce ormoni, le endorfine, che esplicano attività analgesica legandosi a particolari recettori, i medesimi sui quali si lega la morfina. Pertanto il livello di endorfine determina il valore soglia, al di sopra del quale l'organismo avverte il dolore.
La bioterapia potrebbe indurre un aumento delle endorfine che si tradurrebbe in un aumento della soglia. (Per quanto riguarda la percezione del dolore, il discorso è più complesso: l'aumento delle endorfine di per sè non esclude che il dolore possa essere ancora percepito). Pur considerando le molteplici variabili in gioco, sarebbe comunque importante conoscere se ed in che misura il livello delle endorfine varia prima, durante e dopo il trattamento bioterapico e se, all'eventuale scomparsa del dolore, corrisponde un aumento di endorfine. Va ricordato che il trattamento di zone troppo prossime al punto dolente non stimola la produzione di endorfine.

* E’ importante sottolineare che l'analgesia ottenuta con trattamenti bioterapici sui pazienti affetti da sindromi algiche di varia natura non è nè un effetto placebo, in quanto non viene somministrata alcuna sostanza chimica (es.: eccipienti inattivi dal punto di vista farmacologico) nè l'effetto di una sorta d'ipnosi o di uno stato di suggestione. In quest'ultimo caso, infatti, la scomparsa del dolore non potrebbe durare a lungo, dopo il trattamento. Inoltre tanto l'ipnosi quanto la suggestione non hanno effetto sugli animali (che, come gli uomini, possono trarre benefici dalla bioterapia) e neppure possono esercitare un'azione diretta a livello recettoriale.

* La bioterapia interferisce, probabilmente, anche nel trasporto delle cariche a livello delle membrane.

* La sua azione sull'acqua è stata ampiamente documentata. L'acqua sottoposta al trattamento non solo conferma di possedere differenti caratteristiche chimico-fisiche che determinano in essa una diversa sedimentazione dei colloidi rispetto all'acqua non trattata, ma di mantenere tali caratteristiche anche se mescolata con acqua non trattata. (14) La differente modalità di sedimentazione potrebbe essere considerata come una prova indiretta di un cambiamento avvenuto nella struttura dell'acqua dovuto alla alterazione dei legami deboli che ne tengono unite le molecole (es. :ponti a idrogeno).

* E' da segnalare inoltre che la bioenergia è in grado di modificare la velocità di eritrosedimentazione di campioni di sangue umano intero.

4) CONSIDERAZIONI FINALI
Soprattutto nei casi di trattamento prolungato, si stabilisce un rapporto umano tra terapeuta e paziente che potrebbe per così dire inficiare il dato sulla validità della bioterapia. Se tale influenza fosse esercitata su un risultato bioterapeutico positivo certo, si otterrebbe, alla fine, un potenziamento o una neutralizzazione dell'effetto, senza la possibilità di dubitare della bioterapia. In realtà noi non possiamo partire dall'assunto di un effetto sicuro dovuto di per sè alla bioterapia, ma dai risultati ottenuti. Se negativi, la discriminazione tra effetto presente, ma neutralizzato, ed effetto del tutto assente non ci deve interessare. Quando sono positivi, siamo invece mossi dalla curiosità di sapere se lo sono in virtù del rapporto terapeuta-paziente, della bioterapia o di entrambi.
Si è già accennato all'impossibilità d'un effetto placebo ed all'improbabilità della suggestione.
E’ improbabile che, per se stesso, il rapporto tra terapeuta e paziente possa dare risultati: spesso i miglioramenti appaiono fin dalle prime applicazioni (es. :frequenza settimanale), ed anche a distanza di tempo. Inoltre, gli effetti positivi della bioterapia sono stati dimostrati sull'animale.

E' comunque importante spendere due parole sull'atteggiamento del terapeuta e quello del paziente, ben sapendo che le persone indirizzate, spontaneamente o su consiglio, al bioterapeuta sono spesso deluse dagli insuccessi, ansiose, depresse, cariche di attese. Questo rappresenta il vero e grande ostacolo: il paziente, anche senza rendersene conto, attribuisce al bioterapeuta poteri che non ha, attendendosi da lui in breve tempo ciò che dai medici non ha avuto. E’ la peggiore impostazione che possa esistere.
Perciò il terapeuta serio ha il dovere preliminare di accertare insieme al paziente le motivazioni iniziali e di valutare con lui la possibilità di effettuare la bioterapia.
Il bioterapeuta deve essere consapevole, preparato, disponibile ad aiutare il malato, senza presunzione ed in stretta collaborazione con il medico.
Deve dunque rifiutare la bioterapia in quelle patologie e in tutti quei casi nei quali essa fosse a priori inutile. D'altra parte il paziente deve sì nutrire speranza ma deve combattere l'ansia delle eccessive attese. E’ davvero assurdo pretendere dalla bioterapia e dal bioterapeuta esiti che non sono stati raggiunti in precedenza nemmeno con mezzi considerati più idonei.

5) DISCUSSIONE
Nel corso della storia l'uomo ha saputo rispondere a molti quesiti, risolvere problemi. Anche se, a volte, con notevole ritardo rispetto alle attese, tutto ciò deve essere considerato positivo in quanto parte del progresso globale dell’umanità.
E’ di fondamentale importanza che la conoscenza proceda comunque verso nuovi traguardi, indipendentemente dal tempo necessario e sufficiente per raggiungerli. L’ansia della verità, che è immediata e persistente, non solo tradisce il grande desiderio della comprensione e del dominio d'ogni fenomeno ma diviene in larga misura anche una ragione della ricerca scientifica.
Sia chiaro: l'ansia della verità non è la sola ragione della ricerca, ma, tra tutte, è l'unica che può corrispondere all'esigenza primaria che l'uomo ha di far luce sui fondamentali perché della vita e della morte, del dolore e della sofferenza. Le altre motivazioni, pur valide, non sono altrettanto convincenti.
Qualcuno può affermare che la ragione della ricerca sia la conoscenza intesa non come processo di acquisizione di nuove cognizioni ma come scienza e ricchezza di dottrina. Ma la conoscenza che non servisse all'uomo come formatrice di cultura, di saggezza e di intelligenza, quindi di comportamento, che non provocasse cambiamento alcuno nel modo di interpretare la realtà e la vita, sarebbe una conoscenza finalizzata a se stessa. Alimenterebbe una tale sopravvalutazione di sè da rendere l'uomo come un involucro saccente, separato e distante dalla via della ricerca, via che si caratterizza oltre che per la perseveranza anche per l'umiltà.

Ecco perché il credere nella ricerca, al di là delle mode e degli interessi, è oltre che scomodo anche molto rischioso: la ricerca è incerta. Quando scopriamo qualcosa, noi in realtà sveliamo ciò che già esiste. Tuttavia non è assolutamente sicura nè la scoperta delle cose esistenti nè l'esistenza delle cose che immaginiamo.
E dobbiamo essere pronti ad accettare un risultato diverso da quello ipotizzato, perciò nuovamente incomprensibile.
Allora l'approccio più serio si fonda tanto sulla scienza quanto sull'arte, come elementi inseparabili della conoscenza tanto sulla razionalità quanto sull'intuizione, tanto sulla misura quanto sull'osservazione, perché l'uomo, a maggior ragione nell'esprimere il massimo impegno possibile, non può dimenticare l'unità del suo essere e non deve sminuire alcuno degli strumenti conoscitivi dei quali è dotato.
Bisogna evitare un equivoco. Non è incerta l'esistenza delle cose che esistono, ma la ricerca delle cose che già esistono ossia la possibilità di scoprirle e di comprenderle. Fintanto che una cosa esistente non viene svelata noi possiamo ancora considerarla o esistente o inesistente. Fondamentale è il rapporto tra i nostri schemi concettuali e la realtà. La realtà può essere compresa soltanto attraverso il cambiamento del punto di vista, ricordando che anche gli schemi concettuali apparentemente antitetici possono appartenere alla medesima realtà. Infatti i diversi punti di vista sono schemi concettuali alternativi che non si eliminano tra loro.

Molti esempi, fin troppo noti per essere riferiti, hanno dimostrato l'assoluta necessità di questo binomio. Spesso, attraverso un percorso quasi obbligato, l'intuizione ha sostituito la razionalità scientifica là dove quest'ultima non avrebbe potuto giocare il proprio ruolo, per poi lasciarle il passo non appena si fosse impadronita degli strumenti e della teoria.
Dunque esiste sempre almeno un ambito scientifico nel quale è richiesto uno specifico approccio intuitivo così che l'intuizione, unica modalità diretta della conoscenza, debba essere considerata a pieno titolo appartenente alla scienza stessa.
L’intuizione é una percezione sintetica che fa séguito ad una riorganizzazione dei dati e che consiste in una interpretazione nuova ed immediata della medesima realtà.

Se è vero che la comprensione d'un fenomeno si basa, in ordine logico, prima sull'osservazione poi sulla misura e sulla quantificazione delle sue variabili (tanto che, alla fine, lo si potrà ripetere tutte le volte che lo si vorrà in quanto completamente scoperto e descritto in ogni minimo dettaglio) va anche detto che, mentre normalmente l'osservazione è sempre possibile, in molti casi l'identificazione dei parametri e ancor più la loro misura può essere impossibilitata dalla inadeguatezza degli strumenti. Il non possedere gli strumenti adatti, se non è avvertito o se, in mala fede, non è considerato dallo sperimentatore come un fattore invalidante la prova, può portare al totale fraintendimento del fenomeno, fino all'assurdo di negare il fenomeno stesso soltanto perché non si è in grado di spiegare le osservazioni fatte.
La comprensione dei fenomeni richiede che vengano chiariti sia gli aspetti qualitativi sia quelli quantitativi, le cui variazioni devono poter essere misurate. Se da un lato l'osservazione può, a pieno titolo, segnalarne l'esistenza, dall'altro, soltanto attraverso la misura dei parametri quantitativi potrà ottenersi una esauriente comprensione dei fenomeni.

La risposta, ad un fenomeno che resta oscuro, sovente diventa una risposta di rilevanza sociale.
Dinanzi alle difficoltà della comprensione (che non sono un limite delle cose, ma che sono un limite propriamente umano) anche tra gli scienziati c'è chi abbandona deluso la ricerca, chi guarda con scetticismo il coraggioso tentativo d'altri e chi ancora sceglie di escludere dall'ambito scientifico il problema. Tutti questi atteggiamenti drastici inesorabilmente condannano i fenomeni ancora inspiegati ad essere relegati nello spazio occupato dall'esoterismo e quindi ad essere sia un terreno abbandonato per sempre dal pensiero scientifico sia un terreno fertile per speculazioni ed imbrogli perpetrati da professionisti incompetenti e/o da millantatori d'ogni sorta.

6) CONCLUSIONI
La scienza soffre degli stessi mali degli scienziati. E' stato detto, nelle premesse, che la ricerca per definizione non può essere sostenuta da alcuna certezza che non sia quella dell'approssimarsi alla verità. Una difficoltà, che quest'affermazione offre, è quella di natura finanziaria. Invece che stimolare l'intensificarsi degli sforzi, l'incertezza dei risultati può convincere ad abbandonare o a rifiutare le stesse finalità. Se poi, sui risultati, vengono puntati gli interessi economici, appare chiaro quanto un condizionamento di diversa ed esterna natura possa, in ogni istante, rimuovere o bloccare le motivazioni originali, a maggior ragione in coincidenza d'una sfavorevole congiuntura. Inoltre anche la ricerca scientifica subisce il fascino delle mode. Così, per fasi alterne, vengono privilegiati alcuni studi piuttosto che altri. Anche questo, in ultima analisi, è un fattore limitante riconducibile a quello economico.
Esistono poi i limiti umani del tutto simili a quelli che si riscontrano in altri settori. Possono essere riassunti nella chiusa e miope difesa del potere e del ruolo che gli uomini esercitano singolarmente ed ancor più se protetti dalle strutture.
In altre parole, la ricerca scientifica può essere sì avviata e sospesa in funzione dei finanziamenti, ma anche quando vi fosse la disponibilità finanziaria, una ricerca, che gettasse un'ombra di dubbio o implicasse rischi circa il ruolo, la fama, il potere, certamente non verrebbe mai intrapresa.
Dunque, quando i rischi d'insuccesso sono grandi, anche la scienza preferisce reagire con la rinuncia alla sperimentazione scientifica o, altre volte, con l'esclusione e la negazione del problema. In mancanza di oggettive argomentazioni e prove contrarie, il potere scientifico spesso attua una sorta di strategia di difesa attraverso forme più sottili di manipolazione, ma non per questo meno violente: sono esse quelle che accusano l'interlocutore o di non possedere il suo stesso linguaggio (viene così negata, sul nascere, ogni possibilità di comunicazione) oppure di non essere sufficientemente preparato per accogliere mutamenti e novità (accusa ben più grave della precedente in quanto non usa alcun pretesto per rifiutare il confronto e passa a screditare il prossimo ponendolo ad un livello più basso).

Ogni argomento lasciato nell'ignoranza costituisce un substrato ideale per lo sfruttamento. Se poi accade che prosperino economie ed interessi sommersi, invece di dire che il fatto non lo riguarda, ogni scienziato dovrebbe interrogarsi per comprendere se, in qualche misura, ciò non sia dipeso anche da una sua parziale omissione. Perciò relegare i fenomeni dimostrabili non ancora chiariti, come la bioterapia, in ambiti non scientifici diventa un alibi, oltre che sciocco, favorente la bassa cultura.

E' ormai tempo che la scienza si riappropri della bioenergia come parte della biofisica e della bioterapia come branca della medicina.
E' maturo il tempo di un riconoscimento legislativo che colmi, in tal senso, le lacune dell'Italia nel contesto internazionale.
E' auspicabile, in tempi brevi, una legge che affranchi i bioterapeuti dagli imbroglioni e riservi loro uno spazio all'interno del servizio sanitario nazionale. La bioterapia deve essere considerata come cura coadiuvante e di prevenzione.
E' da sollecitare e da sostenere un'adeguata e specifica preparazione mediante corsi (2 o 3 anni successivi alla maturità) obbligatori ed il cui superamento abiliti all'esercizio della professione.
E', infine, necessario chiarire che il bioterapeuta è un professionista che pratica la bioterapia e non altro, nel pieno rispetto di rigorose norme che ne disciplinano il comportamento nei confronti delle singole persone così come verso lo Stato.
La maturità dei tempi può essere un'opinione non condivisa ed i motivi per opporvisi possono essere numerosi e tutti validi. Ma se ciascuno pensasse, più che alla paura di perdere qualcosa, alla grande utilità sociale che l'esercizio della professione può rendere nell’ambito esclusivo della propria competenza, allora non solo crescerebbe il desiderio di operare insieme per il bene comune ma si comprenderebbe la maturità dei tempi giustificandola con la maturità degli uomini.

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